«Il nemico comune è il capitalismo; e il capitalismo è la peggiore dittatura. Churchill e Roosevelt non sono dittatori nel significato corrente della parola; ma il sistema che essi rappresentano, il capitalismo, anzi il supercapitalismo, è la più opprimente e mostruosa delle dittature».

Stanis Ruinas

mercoledì 4 ottobre 2017

Stanis Ruinas, vero nome Giovanni Antonio De Rosas nasce a Usini l’ 11 febbraio 1899 muore a Roma il 21 gennaio 1984, cresce con ideali mazziniani ed è quindi repubblicano, antiborghese e anticapitalista.
Comincia a collaborare a giornali e varie testate quali Il Popolo Apuano, "Il Corriere Emiliano-Gazzetta di Parma (1931-32), Il Popolo d'Italia e Il Resto del Carlino, durante la seconda guerra mondiale è inviato de L'Ora di Palermo con lo pseudonimo di Stanis Ruinas, sposando fin da subito le idee del fascismo “sansepolcrista”, cioè socialista, antimonarchico, contrario all’ingerenza del Vaticano. Esponente del cosiddetto fascismo di sinistra
Dopo l'8 settembre 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana.
Nel 1947 fondò e diresse la rivista Il ”Pensiero Nazionale”, giornale che radunò un folto gruppo di giovani e intellettuali ex fascisti finiti nell'orbita del Partito Comunista Italiano e per questo definiti "eretici e traditori" dal Movimento Sociale Italiano.
Con l’M.S.I., che raccoglie gran parte degli “ex camerati” Ruinas avrà sempre un rapporto conflittuale. Il direttore di “Pensiero Nazionale” considera chiuso il capitolo del Ventennio, respinge le posizioni nostalgiche e “bolla” il partito neofascista come un movimento conservatore e atlantista, usato dalla Dc per irregimentare la gioventù in funzione anticomunista. Nella sua polemica contro i dirigenti missini (in particolare con Michelini e poi Almirante), Ruinas risparmia però i militanti più giovani e in buona fede, tra i quali non mancano fra l’altro coloro che in larga parte condividono le idee di “Pensiero Nazionale”, Giorgio Pini, Roberto Mieville, Beppe Niccolai, Giano Accame… E in seguito all’ala rautiana e ad esperienze editoriali come La voce della fogna e Linea.
Fu arrestato il 13 maggio 1945 e liberato un mese dopo, e poi ancora il 12 aprile 1950 per 40 giorni. L’accusa? “Istigazione alla rivolta armata contro i poteri costituiti”. In alcuni articoli, infatti, aveva invitato il Pci a rifarsi con la forza per l’estromissione dal governo De Gasperi e, davvero incredibile, a prendere le armi assieme agli ex militanti di Salò.
Il pensiero di Ruinas si basava sull'idea che il comunismo non potesse essere quello applicato nell'Unione Sovietica. Anzi addirittura secondo lui Karl Marx è stato un agente fuorviante nella genesi del concetto moderno di "comunismo", e come tale ha deviato una reale ricerca del "comunismo" verso una visione utopica e chiaramente fallimentare. Sulla base di questo sosteneva che il vero comunismo fosse quello che Benito Mussolini (da socialista quale, secondo Ruinas, era sempre rimasto) intendeva costruire in Italia prendendo il potere da anticomunista e trasformando pian piano il sistema economico e sociale italiano in comunista, mediante le stesse strategie sperimentate dal fabianesimo inglese. Ruinas vide nella socializzazione dell'economia della Repubblica Sociale Italiana la realizzazione finale di questo progetto. Per questo lanciò numerosi appelli al proletariato per convincerlo a schierarsi con la R.S.I..
Nel dopoguerra ritenne di non poter impudentemente aderire ad un partito quale l'MSI ormai schierato con i capitalisti che avevano combattuto ed affossato il fascismo. Anche nei confronti del PCI era critico per la loro tolleranza verso i paesi capitalisti, e dalle colonne di Pensiero Nazionale più volte mandò messaggi in cui esprimeva la sua incomprensione:

« A costo di passare per un ingenuo, confesso di non comprendere come agli uomini che si autoproclamano rivoluzionari - socialisti, comunisti, anarchici - e che per i loro ideali hanno sofferto la galera e l'esilio, possano plaudire all'Inghilterra plutocratica e all'America trustistica che in nome della democrazia e della libertà democratica devastano l'Europa»

Stanis Ruinas

Il “Pensiero Nazionale” aveva una grande apertura verso tutto ciò che costituiva momento di rottura con il conformismo della (peggiore) Italia democristiana, come pure della più ottusa ortodossia comunista; in difesa del cinema di denuncia e critica sociale e satirico (si pensi a Il giudizio universale di Vittorio De Sica, La dolce vita di Fellini, Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti); di conseguenza, grande attenzione per i cineasti meno famosi come Francesco Rosi e gli emergenti Damiano Damiani, Florestano Vancini, Ermanno Olmi, Elio Petri, Ugo Gregoretti. Tra i tanti collaboratori del Pensiero Nazionale di questo periodo, diciamo così "sinistrorso" si ricordano il linguista Tullio De Mauro, l'ex diva degli anni Quaranta Elsa De Giorgi, i pittori Giulio Turcato e Tonino Caputo, il critico cinematografico e scrittore Alessandro Damiani.
Il quindicinale di Ruinas continua a uscire fino al 1977, quando cessa le pubblicazioni.
Ruinas muore sette anni più tardi, il 21 gennaio del 1984.

Opere :
Per gli usinesi caduti nella grande guerra. Discorso commemorativo, Sassari, Satta, 1923.
I deputati sardi aventiniani alla sbarra, Roma, Editoriale romano, 1925.
La Sardegna e i suoi scrittori, Foligno, Campitelli, 1927.
Figure del fascismo sardo, Roma, Cremonese, 1928.
Scrittrici e scribacchine d'oggi, Roma, Accademia, 1930.
Volontà in marcia, Roma, Pinciana, 1930.
Appunti sul problema della stampa fascista. Funzione dei giornali e dei direttori di giornali di provincia, Roma, Cremonese, 1932.
La montagna. Romanzo, Milano, Rizzoli, 1936.
Viaggio per le città di Mussolini, Milano, Bompiani, 1939.
Vecchia e nuova Spagna, Milano, Garzanti, 1940.
Lettere a un rivoluzionario, Venezia, Edizioni popolari, 1945.
Pioggia sulla Repubblica, Roma, Corso, 1946.
Ursinia, Roma, Corso, 1950.
Gente di bottega, Roma, Corso, 1957.
L'isola degli ultimi uomini, Roma, Corso, 1982.

Stanis Ruinas a Venezia nel 1944 con la moglie Maria Cecilia

Lettere di Stanis Ruinas,
“Non riesco a capire come mai perchè uomini liberi e di provato senso patrio e d’indubbia probità personale si siano trasferiti al nord e si ostinino a seguire la sorte già segnata di un principio e d’una guerra perduta”.
Queste parole della tua ultima lettera mi hanno fatto l’effetto di un pugno in un occhio. Esse sono la prova che tu sei un rivoluzionario come io sono etiope, e che ha rinnegato il caro amato don Chisciotte, cavaliere d’ogni audacia e del viver fantastico, in favore del suo scudiero Sancio Pancia, simbolo e guida dei cavalieri dalla pancia piena. O che i principi e gli amici si seguono solo nella buona ventura, quando c’è da gozzovigliare e da arraffare? O che una bandiera la si sventola solo in pieno solo tra folle tripudianti e non invece tra la tormenta e molti nemici intorno? La tua è una morale da pastasciuttai, non da socialisti che credono nel socialismo e lottano e soffrono per il suo avvento.
Da che mondo è mondo i veri rivoluzionari preparano l’ambiente, non lo subiscono: combattono contro maggioranze ostili, ben lungi dal preoccuparsi delle ciarle della minutaglia. La rivoluzione non è una manna che piove dal cielo, ma un sovvertimento di sistemi accettati e difesi da caste numerose e da gruppi di interessi particolari. Comodo e facile è gridare viva la rivoluzione. Difficile è farla: perchè farla occorre cozzare contro i muri di cemento armato delle classi abbienti, contro i privilegi economici di casta.
Coloro che si sono trasferiti al nord e s’ostinano – come tu dici – a seguire i principi nei quali hanno creduto e credono, cosa sono se non rivoluzionari che vanno contro-corrente, sfidando il buon senso dei buzzurri e mettendo a repentaglio la vita? O forse tu preferisci che Fucci o quei Bonturi che al primo soffio di burrasca hanno piantato baracca e burattini e sono passati al lato opposto della barricata con un far da san Luigi Gonzaga? Un uomo di carattere è sempre degno di rispetto, qualunque sia la sua opinione politica. Nell’uomo il carattere è tutto e conta di più dell’ingegno e della ricchezza. Il fierissimo Vittorio Alfieri, che non si piegò mai nè dinanzi a principi nè dinanzi a re, resta come un esempio per tutti. Vincenzo Monti, grandissimo poeta, che lingueggiò tra sottane e corone, resta, pur lui, come un esempio: ma di girella.
Se tu osservi bene, ti accorgi subito che gli uomini rimasti saldi alla parete delle loro convinzioni sono prevalentemente quelli che dal fascismo hanno avuto più amarezze che dolcezze. I profittatori, i ladri e i ladroni si sono dileguati alla prima libecciata.
Il venticinque luglio e l’otto settembre, in molti galantuomini , niente affatto fascisti, ma di animo generoso e rivoluzionario, e di profondo senso patrio, si scatenò una vera e propria rivolta: rivolta alla viltà dilagante; rivolta ai gerarconi che, dopo aver ostentato per un ventennio i loro galloni fiammanti, si buttarono tra le braccia dell’antifascismo; rivolta alla borghesia, alla monarchia, all’aristocrazia e alla plutocrazia; rivolta a quei gruppi numerosissimi che dopo aver esaltato per tanto tempo l’alleanza italo-germanica e la Germania più della loro patria, diventarono in un battibaleno mangia tedeschi e anglofili frenetici; rivolta ai generali che non essendo all’altezza dei loro compiti e doveri , disfecero, in un giorno, l’esercito italiano ricco di oltre 4 milioni di effettivi. Rivolta a tutto e a tutti.
Così sono passati nelle file della Repubblica Sociale vecchi repubblicani e socialisti e anche comunisti puri, cioè non asserviti alla plutocrazia.
Chi non capisce queste rivolte dello spirito di fronte alla tragedia del nostro paese, non ha animo nè di italiano nè di rivoluzionario, e si mette allo stesso livello di colui che segue la corrente senza sapere perchè.
Quanto ai principi segnati dalla sorte e alla guerra perduta ti si potrebbe obiettare che i principi hanno radici nella storia, come il fascismo non muoiono per cambiar di venti; che la guerra continua con furia sempre crescente e che la vittoria arriderà al più saldo di muscoli e di cuore, e al più modernamente armato. Ma qui non si tratta di vittoria e di principi, bensì di dignità umana, di onore e di cavalleria. Noi non apparteniamo alla mala gente che segue le idee in voga nè alla plebaglia, che fa la che corre plaudente dietro il carro trionfatore. Spregiamo i potenti e detestiamo i vili. Aborriamo i farisei e i ribaldi. Soltanto la bontà c’innamora e la fede nobilmente professata ci entusiasma. Per colpa o per merito di certo sangue donchisciottesco che ci ribolle nelle vene, abbiamo parteggiato sempre per i deboli contro i forti, per le idee ardite contro le idee della maggioranza. Siamo nati rivoluzionari e rivoluzionari moriremo. Ma appunto per questo ci ribelliamo all’idea che dei rivoluzionari collaborino direttamente o indirettamente alla conservazione della corona di Giorgio VI, L’Inghilterra è il gendarme d’Europa, che da tre secoli intoppa le rivoluzioni europee a suo vantaggio rimettendo in piedi regni crollati e tenendo le file della reazione. Noi siamo convinti che l’Europa non avrà pace nè giustizia sociale finchè l’impero inglese non sarà distrutto. Il più bel giorno della nostra vita di rivoluzionari sarà quello in cui vedremo la corona di sua maestà britannica ridotta in mille pezzi.
Per il resto sono d’accordo con te.
La libertà come l’amor di Patria non è un privilegio nè un monopolio di una setta o di un partito o d’un gruppo di partiti, come pretendono i democratici senza democrazia che urlano a Roma.
La libertà è di tutti o è una finzione. In ogni caso la libertà non esiste e non ha valore senza libertà sociale o senza indipendenza economica.
Noi uomini di tutte le libertà, eccettuata quella di insultare e barattare la Patria, siamo dichiaratamente e decisamente italiani. Sulla nostra bandiera sono stampigliate tre sole parole: Italia, Repubblica, Socializzazione. Respingiamo tutte le figlie: tutte, tranne l’italianofilia, spinta ai vertici della passione.
Crediamo nel popolo e ci battiamo per la rivoluzione sociale:
per la rivoluzione sul serio e non da burla come quella di cui cianciano borghesi e capitalisti, frati e clericaletti.
Respingiamo altresì le manie autonomiste e federaliste che dominano alcuni cervelli bacati dell’Italia controllata dagli inglesi e dagli americani. Viva la repubblica!, certo ma la repubblica di cui parlava Mazzini, una repubblica unitaria, orgogliosa del suo passato, conscia della sua missione nel mondo. Niente fogge e mode e pose straniere. Ma fogge e pose e mode italiane. Tre quarti d’Italia sono ammattiti e fuorviati. Si ha presente la defezione di questo o di quel santone: si dimentica l’esempio di un grande Papa. Giulio II, l’empio di un Ferrucci, l’esempio di un Mazzini. Occorre rinsavire e darci, noi rivoluzionari, la mano nella speranza e con la certezza di rimettere in sesto e in moto questa povera Patria nostra dilaniata e schernita. Il cammino da percorrere è lungo e pieno di spine, ma se la smetteremo di sgolarci gridando viva l’Inghilterra e viva l’America e viva la Russia, ma se ci ficcheremo bene in testa che siamo solo italiani e che ogni possibile salvezza dipende da noi, e non da altri, arriveremo alla mèta, ricostruiremo il paese pezzo per pezzo e col tempo, riprenderemo il nostro posto, il posto che ci compete in seno alle Nazioni vive in una Europa rinnovata.
Pecchiamo d’eccessive speranze? Vi è un solo grave fallo al mondo: il fallo di chi spera.
Stanis Ruinas

Parole dedicate a un Rivoluzionario

Confesso candidamente che non capisco il tuo atteggiamento “d’uomo alla finestra” in attesa che l’orizzonte si rischiari. Attendere è un brutto verbo borghese, non rivoluzionario.
Chi ha coraggio e dignità non se ne sta con le mani in mano, mentre i popoli di cinque continenti sono presi nel vortice cosmico delle gigantesche forze in urto per l’affermazione della rivoluzione sociale bandita dalla Italia e dalla Germania o per il perpetuarsi della reazione borghese e capitalistica personificata dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti.
La vita non è una finestra da cui si possa contemplare il mondo restando indifferenti ai suoi drammi, come pretendono i Romain Rolland di questa guerra, gli Erasmo e i Pilati moderni e certi intellettuali dal fiato corto.
La vita è qualcosa di meglio e di peggio: è un’incessante lotta rabbiosa tra il bene e il male, tra la luce e la tenebra, fra la libertà e la schiavitù. Con Cristo e Mazzini noi crediamo nel bene; combattiamo perciò la libertà, generatrice di colossi, contro la schiavitù e la tirannia generatrici di lutti e di stragi e di morti di fame.
E’ una pazzia? Può darsi. Ma tu stesso hai esaltato la pazzia che è alla radice d’ogni rivoluzione, d’ogni moto della storia, d’ogni grande rivolgimento religioso. E, se non sbaglio, tu stesso hai definita “chiericale” la posizione del socialista estetizzante Romain Rolland durante l’altra guerra.
Tu vuoi giustificare il tuo atteggiamento sostenendo che sei contro le dittature in favore della libertà e della personalità umana.
La tua grande fissazione è la dittatura. La detesti e la concepisci solo in funzione antistorica. Anzitutto non ci furono mai e mai ci saranno rivoluzioni senza dittatori. La rivoluzione francese ebbe i suoi Robespierre; quella russa ha Stalin. Le dittature s’accompagnano logicamente alle rivoluzioni e le rivoluzioni si sostengono con le dittature finchè non hanno compiuto il loro ciclo.
Il tuo è un errore comune a molti. Ti fermi sbigottito dinanzi ai nomi evitando di scendere in profondità. Mussolini, Hitler e Stalin sono tre autentici rivoluzionari; hanno fatto tre rivoluzioni che sono costate ingenti sacrifici di Sangue. Si può avere più simpatia per l’uno o per l’altro; ma non si può negare che essi siano i genuini rappresentanti di tre rivoluzioni che hanno per meta lo scardinamento del sistema capitalistico e il benessere dei loro rispettivi popoli.
Il nemico comune è il capitalismo; e il capitalismo è la peggiore dittatura. Churchill e Roosevelt non sono dittatori nel significato corrente della parola; ma il sistema che essi rappresentano, il capitalismo, anzi il super capitalismo, è la più opprimente e mostruosa delle dittature.
La storia dell’imperialismo inglese, dai tempi della Regina Elisabetta ai giorni nostri, non è altro che la storia di una dittatura aggressiva di rapinatori e di pirati mascherata coi nomi suggestivi e fascinatori di libertà e di progresso dei popoli. La potenza imperiale inglese ha inizio quando sale sul trano una donna: la regina Elisabetta, “dittatrice e assassina”; tocca l’apogeo quando crolla un imperatore: Napoleone.
Sotto Elisabetta, nel 1588, unendo le proprie forze navali a quelle dell’Olanda, l’Inghilterra a vince l'”Invincibile Armada” di Filippo II. Quando, con la forza, sconfigge la flotta olandese, la sua potenza navale e coloniale è assicurata. Ciò avviene al tempo di Cromwel, altro cupo dittatore in veste di puritano, la aggressione commerciale e coloniale continuata fondò l’impero.
Fedele ad una politica contraria ad ogni egemonia che non fosse la propria, l’Inghilterra ha attraversato la strada ad ogni nazione che minacciasse di predominare. Così alla Spagna ed alla Francia, come alla Russia e alla Germania. Dal 1688 al 1815, secondo i calcoli di Robert Seely, autore del celebre volume “l’espansione inglese”, l’Inghilterra ha combattuto per complessivi sessantotto anni contro l’egemonia francese.
L’imperialismo inglese, che ha per maschera la democrazia e il ribellismo, non è altro , giusta la definizione di Lenin, che una tappa superiore del capitalismo.
I democratici e i liberali anglo-americani, in virtù del loro capitale finanziario, hanno lanciato la loro rete di affari su tutti i mercati del mondo. Il controllo viene esercitato dalle banche e dalle agenzie fondate nei posti conquistati al loro mercato. Attraverso la copiosa rete di questo mercato essi dominano il mondo e dettano legge.
Per colpa dell’Inghilterra, la Europa, a furia di farsi la guerra di venticinquennio in venticinquennio, crollerà sotto il peso delle sue pazzie, o , per essere più esatti, delle pazzie delle cricche finanziarie che settant’anni di guerra e di rivoluzioni non sono riuscite ad abbattere e che per i loro interessi spingono i popoli a scannarsi a vicenda. Gli imperialismi a sfondo punico, tali sono quelli che fanno il bello e il cattivo tempo nel nostro continente, si combattono e si elidono, milioni e milioni di uomini soccombono, intere città vengono distrutte, nazioni spariscono dalla carta geografica, ma l’umanità continua e continuerà a sterilire nella miseria.
Il sole della giustizia non splenderà sull’Europa finchè sarà in piedi l’impero britannico che rappresenta la roccaforte della reazione e il sistema capitalista nemico dei proletari.
L’Inghilterra fece di tutto per annegare nel sangue la rivoluzione francese; vinto Napoleone organizzò tutte le forze reazionarie d’Europa sotto il nome di Santa Alleanza la quale per vari lustri soffocò le aspirazioni di libertà e di indipendenza di tutti i popoli, compreso l’italiano.
Nel 1919 Churchill sostenne che bisognava organizzare un corpo di spedizione contro la rivoluzione russa. Logica e conseguenziale è la sua condotta di “gendarme d’Europa” di fronte all’Italia e alla Germania proletarie e rivoluzionarie. Ciò che non è logica nè conseguenziale è la posizione di certi rivoluzionari rispetto all’attuale conflitto. Ma codesti sono rivoluzionari senza rivoluzione: sono i difensori e gli alleati del capitalismo e dell’alta banca. In buona o in mala fede essi sono gli strumenti dei tentennanti re e dei potentati del denaro.
Fedeli alle nostre premesse e ai nostri principi noi continueremo a lottare per la rivoluzione europea che dovrà stritolare i troni superstiti, rompere i ceppi, rovesciare le dinastie del privilegio e le ibride alleanze della reazione che fanno capo a Londra e Washington.
L’altra guerra spazzò via corone di re e imperatori. Questa guerra rivoluzionaria dovrà sostituire alle oligarchie finanziarie i popoli liberi d’Europa che avranno una patria, che crederanno in questa patria e la difenderanno col sangue e con la vita contro gli eventuali assalti di tutte le potenze extraeuropee.
Non capire tutto ciò è da stolti e da codini. Lasciamo pure che i blasonati e i signorini della borghesia ricca aspettino gli inglesi e si augurino la vittoria degli inglesi. Ma è assurdo e mostruoso che un rivoluzionario si allinei dietro codesta gente vile e miserabile che vuole continuare a vivere sul lavoro e sul sangue del popolo. Stanis Ruinas



ARTICOLO DI STANIS  RUINAS " LA SARDEGNA E LA GUERRA"